Cosa dirà la gente? Come reagirà?
Sembrano essere queste le domande che un artista si pone nel momento di ideare, e poi realizzare, una performance. Sarà perché, almeno in Italia, la performance rimane ancora oggi un linguaggio che disorienta e sconcerta buona parte del pubblico, spesso diseducato a questa forma di espressione artistica oppure spaventato dal preconcetto che la performance debba sempre comportare delle provocazioni, delle nudità esibite o delle azioni deprecabili. La performance, invece, può rappresentare un momento di socialità, di convivialità, un invito dell’artista a entrare nel proprio spazio creativo e a giocare con le potenzialità delle sue opere prendendo per mano lo spettatore e facendolo tornare per un po’ bambino. Questo ha tanto più senso oggi in un’epoca in cui la maggior fonte di socializzazione a cui siamo abituati sembra essere quella offerta da internet, dai suoi mondi virtuali e dagli sconfinati parchi giochi dei social network.
Cosa c’è allora di più accogliente e materno di Loredana Galante, seduta su un divano, intenta a disegnare in un album la sua personalissima giostra di scheletri, il bosco nascosto in una tazza di tè e le teiere avviluppate da rampicanti, il suo complesso ed evocativo nido, il cervo a spasso tra le porcellane? Un album che poi porgerà, con un fare complice e divertito, ai visitatori affinché ciascuno colori quei personaggi a piacimento e renda così un po’ suo il quaderno.
Non è che l’inizio. Dall’interazione col pubblico attraverso carta e colori, l’artista passa a una fase più intima e a tratti autobiografica. Questa fase è rappresentata da una calza da donna, un’installazione intitolata “A due generazioni di distanza: toujours la même feuille”, sorta di motivo familiare, di albero genealogico al femminile dove i ruoli di madre, figlia, sorella, simili a un mucchio di foglie strappate dal vento, diventano labili e interscambiabili in una clessidra del tempo che appiattisce i ricordi a favore di una rigogliosa pianta dell’appartenenza che germoglia spavalda. Manipolando lo spazio, il tempo e le emozioni, Loredana Galante mette lo spettatore di fronte a un’interferenza di impulsi che lo coinvolge trasversalmente e sempre di più man mano che i linguaggi diversi si incrociano l’uno con l’altro.
Se è la donna l’artefice della nascita, sembra voler suggerire l’artista, allora lo è ancor di più, in maniera autoironica e in questo caso assoluta, della rinascita. La donna dà la vita e non può non fornirne, all’occorrenza, anche una seconda, come nei videogiochi dove, dopo una catastrofe simulata, ci viene detto: “Hai un’altra vita”, la seconda possibilità.
E si passa così alla terza fase della mostra, quella del non luogo, fornita dalla proiezione di un video. “Ninho Gracia” è già di per sé un luogo di sconfinamento, un luogo in cui si oltrepassa una dimensione forse senza accorgersene. Il video mostra una cerimonia muta officiata nella natura e per la natura: la costruzione di un enorme nido con rami e fogliame, su un colle, alle prime luci dell’alba. Protagonista di questa insolita operazione una comunità di persone che collaborano insieme: il ritorno alla socialità, il cerchio che si chiude.
Dice Loredana Galante a proposito di questo progetto: “Cresco e aiuto a crescere nell’avvicendarsi dei fatti, irrigando, irrorando di azioni, a volte di lacrime.” Ecco allora definiti i presupposti dell’artista che in questa mostra intende condurre un’indagine plurisensioriale, una raccolta di dati che porti il pubblico a cercare di capire o magari a perdere per sempre le differenze.
E allora, alla fine di “Rebirth”, percorso articolato e curioso, cosa avrà detto la gente? Come avrà reagito? Forse gli spettatori si sentiranno rigenerati dal rito collettivo che li ha portati a lasciarsi andare ai passatempi dell’infanzia, a confrontarsi con le proprie pulsioni private, a vedersi rispecchiati nella costruzione di un bene comune. Cosa avranno mai fatto, poi, di tanto strano?

Trieste, gennaio 2012

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