Meduse sospese in aria, galleggianti nel vuoto, evocate dallo sguardo e dalla fantasia meravigliati dell’infanzia, ma realizzate con l’abilità e l’attenzione dell’artista sperimentatore di materiali e tecniche quale Serena Piccinini dimostra di essere, nella voglia di concretizzare visioni e sensazioni impalpabili. Gli incroci dell’uncinetto si fondono con il nylon, movimenti antichi con materie sintetiche; da questa inaspettata “collisione” nascono trame leggere e luminose, una natura visionaria al di là del reale.

Trattenere, avviluppare in tentacoli trasparenti lo stupore dei nostri occhi di fronte alla natura e alle sue creature, è qui che risiede l’essenza delle opere di Serena Piccinini, nella necessità di riallacciare ogni volta il legame profondo e ammaliante tra l’uomo e il mondo. Per far sì che ciò si possa realizzare il prodotto artistico si fa evocativo, rifugge dalla trasposizione realistica e abbraccia tecniche e materiali eterodossi, poveri o industriali ma capaci, grazie all’azione artistica, di fermare la percezione sensoriale e psichica che abbiamo di un evento.

Il banco di meduse brilla dei baluginii di un mare che non c’è ma che vediamo e cogliamo, ondeggia pur stando immobile, ci avvolge anche se semplicemente ci sfiora con tentacoli filiformi, ci spaventa facendoci pensare al bruciore delle loro carezze mentre ci spinge a fantasticare, a sognare. A contatto con la magia seducente dello stupore modellato dall’artista, riaffiorano frotte di vere meduse, quelle dei ricordi, dei bagni, delle estati passate e di quelle prossime, in una sovrapposizione di piani reali e immaginari che solo l’arte può provocare, fino a farci tuffare nell’impossibile mare di Ascoli.

testo critico di “…E ci tuffammo nel mare di Ascoli” personale di Serena Piccinini

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